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La Storia
Il vino è, da forse 2 millenni, una delle ricchezze della Valtellina e fu certamente, per moltissimi secoli, la principale fonte di reddito per quasi la metà della sua popolazione. Con tutta probabilità proprio al vino della valle riferirono mo lti scrittori latini, tra i quali Virgilio e Plinio; in ogni caso risulta da molti documenti che già alcuni secoli prima del 1000 il Monastero di Sant’Ambrogio di Milano era proprietario nella zona di molte vigne a coltura specializzata, il cui prodotto era destinato quasi certamente, oltre che al consumo locale, anche ai monaci del capoluogo lombardo.
Qualche secolo più tardi si hanno poi numerosissime notizie sul fatto che il vino di Valtellina già varcava le Alpi in buona quantità, destinato alle mense dei “Todeschi”, in particolare i più importanti vassalli del Vescovo di Coira; è però tra il Tre ed il Quattrocento che esso divenne, con certezza, un prodotto d’eccellenza e di riferimento in una vasta area a sud, ma soprattutto a Nord delle Alpi.
Il vino di Valtellina o “Voltrinasco”, definito semplicemente nell’area germanica “Veltliner” era in quel periodo trasportato in quantità ed apprezzato non solo a Zurigo, ma anche a Colonia (dunque nell’area Renana produttrice di vino di elevata qualità), nella valle dell’Inn ed in quella del Danubio; arrivava poi anche in Trentino, nelle valli Bergamasche e Bresciane; a Milano e persino a Bologna (dove è specificamente ricordato come uno dei vini di eccellenza); oltre che essere bevuto in via esclusiva nei Grigioni e nella sua zona di produzione, naturalmente.
Per dare un’idea dell’estensione della coltura della vite e dell’importanza del settore, si può ricordare che all’inizio del Cinquecento, quando si hanno i primi dati ufficiali, nella sola Valtellina fino a Grosio la vite occupava una superficie di circa 50.000 pertiche locali (quasi 3.500 ettari), con un reddito stimato di circa un terzo dell’intera produzione agricola della zona.
In quegli anni la Valtellina fu separata dalla restante Lombardia ed entrò a far parte del territorio dei Grigioni, che le lasciarono una libertà ampia, ma si preoccuparono essenzialmente di una cosa: che tutto il vino prodotto in eccedenza nella valle rispetto ai consumi locali, fosse (naturalmente al giusto prezzo) riservato in esclusiva a loro ed ai loro alleati Svizzeri ed Austriaci.
Il trasporto verso Nord, attraverso passi alpini sempre sopra i 2000 m. di quota, fu per molti secoli una vera e propria epopea, con moltissimi morti ed enormi sacrifici.
Tra il Cinque ed il Settecento, per consentire al Valtellina di arrivare oltre le Alpi senza deteriorarsi, erano tenuti aperti in permanenza, anche in inverno, quasi tutti i passi alpini della zona: con qualche coppia di buoi, dei legni o delle rozze carrette per battere la neve, picconi e badili.
Cosa che oggi, con i mezzi di cui disponiamo, non si riesce più a fare.
Le esportazioni crebbero progressivamente: dalle annue circa 50.000 some (di circa 130 litri l’una) del Cinquecento, si arrivò alle oltre 100.000 della fine del Settecento, con effetti molto positivi sulla zona, sia per il valore del prodotto all’origine che per i benefici, sul piano culturale oltre che su quello strettamente economico, conseguenti ad un’attività commerciale tanto diffusa e prolungata per secoli.
Che portava a sud delle Alpi, quale corrispettivo, il salgemma tirolese, genere di cui le economie della zona avevano assoluta necessità.
I Grigioni, che disponevano di notevoli capitali, ne approfittarono in ogni caso per assicurarsi, con acquisti che si protrassero per un lungo tempo, la proprietà di una parte consistente dei vigneti della Valtellina e il sostanziale controllo dell’attività commerciale nel settore.
In quei secoli, almeno dal Trecento e fino alla fine del Settecento, la coltivazione della vite e la cura delle vigne, oltre che la produzione, il trasporto ed il commercio del vino furono oggetto di un’attenta sorveglianza e regolamentazione da parte di tutte le comunità interessate, che nei loro statuti ed ordini prevedevano numerose disposizioni al riguardo, in relazione alle diverse necessità locali; i dazi di frontiera (miti) si occuparono invece di regolare l’esportazione del vino e dell’acquavite verso l’esterno del territorio.
Nel 1797 tale stato di cose, che complessivamente aveva portato benefici a tutte le popolazioni interessate agli scambi, crollò improvvisamente: la Valtellina fu riunita alla restante Lombardia ed il commercio del vino con l’oltremonte diminuì in modo notevole, con una conseguente crisi che fu gravissima soprattutto nella parte alta della valle: da Sondrio in giù riprese invece il trasporto del prodotto verso il Milanese.
L’equilibrio tra produzione e consumi gradatamente fu ripristinato, anche se per poco: intorno alla metà dell’Ottocento arrivò anche in Valtellina una terribile malattia, l’Oidio, che ridusse la produzione locale di vino a meno di un decimo di quella precedente, compromettendone anche la qualità.
Fu una vera e propria tragedia, che colpì in modo gravissimo l’economia provinciale, che già era in profonda crisi per l’esorbitanza dell’imposta fondiaria: la Valtellina fu oggetto di studi e provvedimenti specifici per risollevarla dalla miseria.
Per quanto riguarda la cura della vite, dopo un confuso periodo nel quale si applicarono presunti rimedi bizzarri e del tutto inefficaci, si scoprì finalmente che il “mal bianco” o “mal negru” (nero), com’era in zona definito, poteva essere almeno controllato con lo zolfo.
La Provincia ed i Comuni interessati organizzarono pertanto acquisti di zolfo siciliano e realizzarono in zona due impianti di macinazione, distribuendo il prodotto raffinato agli agricoltori a prezzo di costo.
La cosa consentì di risollevare dalla miseria, almeno in parte, i viticultori; la crisi sociale, e persino culturale, furono però gravissime.
Nella seconda metà del secolo il miglioramento delle vie di comunicazione e la possibilità di trasportare a nord delle Alpi per ferrovia i vini del Piemonte, dell’Emilia e della Toscana, prodotti a costi nettamente minori di quello locale, aggravò ulteriormente lo stato di sofferenza del settore vitivinicolo, che cominciò a perdere d’importanza.
La tradizionale bontà del “Valtellina” non bastava più a conservare i mercati, anche per la difficoltà di assicurare sempre gli stessi standard qualitativi da parte dei molti produttori locali; si tentò di rimediare con produzioni di tipo cooperativo, anche se la cosa fu sempre resa difficile dall’individualismo dei coltivatori.
Erano frattanto ripresi gli acquisti di vigneti da parte di cittadini Svizzeri (che erano stati spogliati delle loro proprietà nel 1797), che contribuirono non poco alla sopravvivenza del settore, anche per il miglioramento e la razionalizzazione delle tecniche produttive.
In tale situazione già difficile, nei primi anni del Novecento arrivò un terribile insetto, la Fillossera, che gradatamente minò l’intero vigneto valtellinese, costringendo i proprietari ad un suo completo reimpianto, nell’arco di circa una generazione.
Furono però abbandonati i terreni più marginali, con una diminuzione della superficie vitata; tale processo d’abbandono, aggravatosi dopo il secondo conflitto mondiale, si è fatto addirittura drammatico nell’ultimo trentennio, per l’enorme squilibrio tra i costi di produzione ed i prezzi di vendita del vino prodotto.
iò nonostante il miglioramento qualitativo degli ultimi anni, attestato dai numerosissimi riconoscimenti, anche a livello internazionale.
La superficie coltivata a vigneto si è gradatamente ridotta, anche se con una certa diminuzione dei costi unitari di produzione, dai forse 10.000 ettari del periodo di massimo splendore ai nemmeno 1500 attuali.
Ci si deve augurare che la bontà del prodotto, che come si è tentato di sintetizzare ha radici assai profonde, possa assicurare la sopravvivenza anche in futuro di un’attività e di un prodotto che sono stati tanta parte della storia della valle.

In sintesi:

La Valtellina fu sempre terra di viti e di vino: anche se è solo probabile si tratti della patria dell'uva retica ricordata da Virgilio, già prima del Mille il prodotto delle sue vigne era importante ed apprezzato. La produzione, di ottima qualità, aumentò gradatamente in epoca medioevale, tanto che la valle divenne presto il centro di smistamento di tale bevanda nella Pianura Padana e nella parte centrale delle Alpi: dalle valli Bergamasche alle Bresciane, a quelle del Trentino ed Austriache (in particolare Tirolesi), ma soprattutto a quelle della Svizzera.
Quando all'inizio del Cinquecento i Grigioni si impossessarono della Valtellina la loro prima preoccupazione fu pertanto di assicurarsi in via esclusiva la produzione di vino che veniva trasportato con gli animali al Nord, superando anche in inverno passi alpini oltre i 2000 metri di altitudine.
Alla fine del Settecento oltre 100.000 some-circa 150.000 ettolitri- di "Veltliner" generoso e conservabile a lungo varcavano annualmente le Alpi. Dopo una fase di crisi dovuta ad avversità che avevano colpito i vigneti, nell'Ottocento ed all'inizio del secolo successivo, la produzione nella zona riprese ritrovando soprattutto negli ultimi anni le caratteristiche di eccellenza che l'avevano contraddistinta per secoli.
Le nuove qualificazioni, coi controlli e le garanzie ufficiali, le ridotte rese per ettaro e la cura dei produttori fanno credere che tale processo positivo continui nel tempo .

Diego Zoia
 
 
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